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I modi di chiedere aiuto da parte dei bambini (il pianto, i comportamenti 'spia' etc...)

I bambini piccoli non sono in grado di manifestare emozioni e bisogni attraverso l’uso della parola e si trovano ad utilizzare il pianto e il corpo per esprimere le proprie necessità e le proprie reazioni a ciò che li circonda. Il pianto, quindi, è un comportamento fisiologico, che non deve essere interpretato come un campanello di allarme, ma come una delle poche modalità di cui il bambino dispone per chiamare vicino a sé i suoi genitori in modo che possano consolarlo e capire ciò di cui ha bisogno. I momenti di pianto del bambino, soprattutto se prolungati, possono mettere in difficoltà mamma e papà che sperimentano vissuti di impotenza, inadeguatezza o irritazione. Tuttavia, se un genitore riesce a cogliere nel pianto del proprio bambino l’esternazione di un bisogno, sarà maggiormente in grado di assumere un atteggiamento di ascolto e di reagire con meno insofferenza alle esternazioni del figlio. Durante il periodo neonatale il pianto assume molteplici significati che il genitore può imparare a riconoscere attraverso le sfumature del pianto stesso e valutando la situazione in cui si trova il bambino; potrà così capire se il piccolo piange, ad esempio, per sonno, fame, noia o dolore, trovando, di volta in volta, le migliori modalità per intervenire. Per infondere sicurezza nei bambini è importante che mamma e papà consentano loro di esprimere, anche attraverso il pianto, i propri bisogni e i propri sentimenti, poiché in questo modo i loro figli si sentiranno amati e accettati.
Con la crescita le modalità attraverso cui il bambino esprime i propri bisogni si modificano, e possono essere determinate da vari fattori, tra i quali le caratteristiche individuali del bambino e le modalità con cui ha imparato dall’ambiente circostante ad esprimere e affrontare emozioni e difficoltà. Alcuni bambini esternano più facilmente le loro emozioni ai genitori e riescono, quindi, a chiedere aiuto in modo più diretto. In altri casi, o in particolari situazioni, può succedere che, a fronte di vissuti negativi, i bambini tendano a non esprimere a parole il proprio disagio, che spesso si manifesta attraverso un cambiamento nei comportamenti. Per questo motivo è bene che i genitori prestino particolare attenzione ai comportamenti del bambino, in modo da individuare eventuali segnali di fatica o difficoltà che possono essere connesse alle fisiologiche fasi della crescita (svezzamento, abbandono del ciuccio e del pannolino) o a situazioni esterne che possono essere vissute dai bambini come faticose o stressanti (inserimento a scuola, trasferimenti, nascita di un fratellino). Frequentemente, durante queste fasi, i piccoli manifestano la loro fatica con cambiamenti nei propri comportamenti, “campanelli d’allarme” che variano con il modificarsi dell’età; in età prescolare possiamo assistere a piccole regressioni, crisi di pianto o problematiche connesse al sonno, all’alimentazione o al controllo sfinterico, mentre con la crescita possono manifestarsi maggiormente sintomi d’ansia, fobie o atteggiamenti aggressivi. Come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi, si tratta di modalità con cui il bambino esprime la propria fatica a fronte di una situazione nuova o difficile, pertanto le problematiche tenderanno a risolversi man mano che il piccolo affronta e supera il cambiamento o la difficoltà. Per valutare se si tratta di una sintomatologia connessa a una fase della crescita o di una situazione più complessa bisogna innanzitutto prestare attenzione alla durata del problema e alla sua intensità, anche in relazione alla situazione generale del bambino.
In caso di regressioni o comportamenti problematici manifestati dal bambino è importante che i genitori mantengano un atteggiamento di calma e tranquillità, ponendosi in ascolto dei bisogni del figlio e mostrandosi in grado di contenere e accogliere le sue fatiche. Manifestazioni di affetto, amore e attenzione, aiuteranno il bambino a sentirsi più sicuro e a fare esperienza di modalità positive di affrontare le difficoltà; al contempo mantenere le regole e le abitudini famigliari aiuterà il bambino a sentirsi più sicuro. Quando i genitori riescono a collegare i comportamenti del bambino ad un particolare evento stressante o a una specifica fase dello sviluppo possono provare ad aiutare il figlio a mettere in parole le sue emozioni anche attraverso l’uso del gioco e di libretti che affrontano proprio quello specifico tema. Se però, nonostante le attenzioni della famiglia, un comportamento problematiche tende a non risolversi spontaneamente, generando disagio nel bambino e nei genitori è bene rivolgersi a un professionista che possa valutare la situazione individuando le modalità più opportune per aiutare il piccolo e favorire il benessere famigliare.